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Capo Peloro, lo Stretto, Orione e Nettuno (di Marcello Mento)


La mareggiata che la primavera scorsa ha eroso una fetta consistente di spiaggia da Punta Faro, disvelando nel contempo una parte del basamento cinquecentesco del Fortino degli Inglesi, ha colpito molto i messinesi. Curiosità mista ad apprensione sui volti di quanti, in una sorta di pellegrinaggio, continuano a recarsi sul posto per vedere da vicino l’entità delle modifiche apportate dai marosi. A dimostrazione del profondo legame esistente tra Capo Peloro e i messinesi (non fosse altro che per motivi balneari). Un legame che affonda le sue radici in un passato mitico affollato da ninfe, divinità marine, mostri e giganti di cui hanno prlato molti scrittori antichi: Omero, Orfeo, Virgilio, Tibullo, Giovenale, Aristotele. E che ha a che fare direttamente con la fondazione sia della Sicilia che di Messina, non a caso chiamata la città del Peloro e Peloritani o Nettunii i monti che la sovrastano.
«A Capo Peloro, nella Cariddi horcyniana – scrive Nicola Aricò nel suo bellissimo “Illimite Peloro”, edito da Mesogea – noi possiamo sicuramente affermare “qui origina Sicilia”. Non so quante isole al mondo – osserva l’autore – possano identificare un loro lembo di terra dove riconoscere l’origine». E questo perché è nel momento in cui Poseidone/Nettuno crea la frattura con la Terra Ferma che prende vita l’Isola, la Sicilia. E con essa Capo Peloro, lo Stretto e la falce attorno alla quale sorgerà Messina. Ed è anche il momento in cui gli amanti Peloro e Scilla verranno strappati al loro voluttuoso abbraccio, condannandoli «per sempre alla vicina lontananza». «Il fremere del duemari (ovvero i due mari, che nel lessico mitico di Stefano D’Arrigo si singolarizzano, anche sul piano morfologico, in una sola entità) – scrive Aricò – avrebbe ripetuto in eterno lo strazio di quella separazione violenta così come il liquido marino, da millenni, ogni sei ore, continua a onorare il patto di scambio tra i due mari, il loro accordo, l’impegno alterno di armonizzare a sé l’avversario». Tutto questo darà vita, scrive a sua volta Anna Maria Prestianni Giallombardo, docente di Storia greca all’Università di Messina, ad un «comprensorio terracqueo che racchiude realtà estremamente e rapidamente mutevoli, dove appunto domina ciò che è “straordinario”, “gigantesco”, “terribile” e comunque “fuori dal comune”, il pelorios, appunto». Troviamo questo aggettivo associato ad Ares, Eracle, Achille o a giganti quali Orione, sul quale torneremo più avanti, ma anche a mostri marini che nella tradizione hanno proprio nell’area dello Stretto la loro sede, come la terribile Scilla.
E Peloris è il nome più antico del capo o promontorio dove Occidente e Oriente si incontrano e si scontrano. Così come Pelorias è la divinità protettrice di questo territorio, le cui fattezze ed il nome ci sono restituiti da monete di Messana, del V secolo a.C.. Mentre Pelorus, diffusosi durante le guerre puniche, fa riferimento alla leggenda secondo la quale il toponimo deriva dal nome del timoniere di Annibale, Pelorios, ucciso dallo stesso condottiero convinto che lo Stretto fosse un golfo senza uscita. Compreso l’errore Annibale fece tumulare il timoniere sul promontorio «che da lui prenderà nome ed onorato con uno mnema posto al Peloro, quale monito e guida per i naviganti».
«Peloro – scrive Aricò – è un illimite. Né finis terre, né incipit. Luogo di incontro o di scontro, seduzione e morte; Etruria e Ionia, con i loro mari, vi confliggono incessantemente, solidali ispiratori del mito di Scilla e Cariddi».
Ed è a questo punto che subentra la figura del gigante Orione, a cui la tradizione omerica riserva l’epiteto pelorios. È Orione, secondo Diodoro Siculo, che costruisce per il re Zancle il porto della città, forma il promontorio Peloro e vi innalza un tempio al dio del mare Poseidone, suo padre. Dopodiché tornò in Eubea e vi si stabilì. Per la sua fama fu annoverato tra le stelle del cielo e ottenne un ricordo immortale. A dimostrazione, come scriveva Diodoro, ricordando Esiodo, che Orione come mito venne dall’Eubea insieme ai fondatori di Zancle, quei Periere e Cratemene, esti della nostra città.
Tutto questo ci porta inevitabilmente a parlare del grande Giovan Angelo Montorsoli, che forte della lezione di Francesco Maurolico, realizza le fontane di Orione e del Nettuno. In quest’ordine. Il primo è colui che concilia quei mari tra loro estranei e quelle terre tranciate. Ma è il padre Nettuno a mantenere il governo talassocratico. «Nell’opera montorsoliana messinese – scrive ancora Aricò – dalla fonte di Orione al Nettuno è dunque anamnesi, è ricerca erudita che appaga l’istanza rinascimentale rivolta al paganesimo classicista».
A proposito poi del toponimo Faro, con il quale il Peloro è anche conosciuto, c’è da dire che sin dall’inizio lo strumento di segnalazione indicò anche il luogo geografico. È così con Sesto Pompeo, mentre Goffredo Malaterra, nel 1061, con Faro identifica anche lo Stretto.

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Sui Monti Peloritani, tra antichi cammini (di Marcello Mento)

Il toponimo Peloritani deriva dal greco e indica qualcosa di gigantesco e smisurato. E tali dovettero apparire ai colonizzatori calcidesi che giungendo in questo braccio di mare tra la Calabria e la Sicilia, si trovarono questa catena montuosa che nasce direttamente dal mare e s’innalza verso il cielo, a formare un barriera difensiva impenetrabile e compatta. Una catena che partendo da Messina e snodandosi per circa 70 chilometri, corre parallela alla costa jonica fino alla Valle dell’Alcantara, per poi svoltare verso Occidente, risalire il lato destro del fiume e culminare, all’altezza delle portelle Pertusa e Mandrazzi, nello sperone roccioso di Rocca di Novara (1340 m), il Cervino di Sicilia.
Basta questa breve descrizione per comprendere di trovarci in presenza di uno dei luoghi più interessanti e peculiari della Sicilia. Di quella Sicilia irriducibile e orgogliosa, mai sfacciata, consapevole della propria bellezza e del fatto che perché questa bellezza sia conosciuta ed assaporata, ha bisogno di piccoli, grandi sacrifici. Come quello di mettere l’auto e la moto da parte e lasciarsi tentare – a piedi, in bici o a cavallo – dalle carrarecce e dai sentieri che si aprono in cresta e sui suoi fianchi, oppure lungo le strette e profonde vallate dove scorrono da secoli le fiumare. Basteranno pochi minuti di cammino per trovarsi in luoghi di cui neanche immaginate l’esistenza, come la piccola cascata che si apre poco oltre il villaggio di San Filippo, alle porte di Messina, o la suggestiva e fresca Valle degli Eremiti, a monte di Fiumedinisi, o l’affascinante gola della Ranciara, al confine dei comuni di Limina, Casalvecchio Siculo ed Antillo. Per non dire di Monte Scuderi, il cuore stesso dei Peloritani, dalla cui sommità si può ammirare un panorama che non dimenticherete mai, che va dallo Jonio al il Tirreno, dalla Calabria alle Eolie, fino alla mole possente e bianco-azzurrina dell’Etna.
L’Azienda forestale di Messina in questi ultimi anni, grazie in particolare a dirigenti lungimiranti, quali Giuseppe Giaimi, Carmelo Di Vincenzo ed Ettore Lombardo, ha compreso le potenzialità dell’escursionismo ed ha realizzato alcuni percorsi che riscuotono molto successo, anche all’estero, in particolare tra gli appassionati della mountain bike e di chi ama camminare a piedi. Parliamo degli itinerari realizzati nel demanio di Rometta, cioè il Brignoli e il Girasì, lunghi rispettivamente 2 km e 600 m il primo e 8 km e mezzo il secondo. Il Brignoli è stato concepito per fare conoscere il bosco e i suoi tanti segreti ed è facile da percorrere. Il Girasi, che invece è molto più impegnativo, ti catapulta in contesti paesaggistici che ti lasciano senza fiato: si passa dalle macchie di lecci e frassini, scampati al disboscamento selvaggio, al paesaggio alpino delle douglasie (consigliabile, se possibile, quando c’è nebbia). Per non dire delle “zimme” e delle fosse della neve”. Le zimme erano le capanne in cui stavano i carbonai che salivano da Saponara, per tutto il ciclo di fabbricazione del carbone naturale. Le fosse della neve, com’è noto, servivano a stipare la neve durante il periodo invernale, che poi veniva trasportata a valle in estate, utilizzata sia per scopi medici, che per fare gelati e sorbetti. La migliore neve, si dice, era quella di Monte Scuderi.
Ma per godere appieno dei Peloritani basta percorrere la pista di cresta che da Dinnammare porta a Portella Mandrazzi, realizzata all’inizio del secolo scorso dal Primo Genio Alpini per scopi strategici, che oggi potrebbe diventare il fulcro do un’attività turistica che avrebbe appunto nel trekking il suo momento centrale. Quale catena, infatti, offre la possibilità di realizzare un percorso ad oltre 700 metri d’altezza, con scorci paesaggistici quali quelli che si aprono da lassù?


Da Forza d’Agrò a Monte Recavallo tra antichi palmenti e panorami mozzafiato (di Marcello Mento)

Posteggiate (alle ore 9) le auto in piazza S. Francesco, nel centro di Forza d’Agrò, ci incamminiamo per la via SS. Annunziata. Subito a destra c’è la chiesa Madre dedicata a Maria SS. Annunziata e Assunta con la sua bella facciata barocca. Proseguendo, sulla destra si aprono dei vicoli che danno sulla Valle d’Agrò e sulla riviera e che costituiscono una delle attrattive più singolari di questo bellissimo borgo.

In fondo alla via SS. Annunziata, in piazza S. Antonio, prendiamo a sinistra una scalinata che porta al Castello normanno – saraceno (XII sec.). A metà strada, sulla destra, imbocchiamo un sentiero in mezzo all’erba che sbuca su una sterrata che abbandoniamo poco dopo per una stradina che muore a Piano Scala. Il trekking a questo punto entra nel vivo e si fa particolarmente interessante per le scoperte che da qui a poco faremo e che arricchiscono il nostro bagaglio di conoscenze con alcuni mirabili esempi di cultura rurale.
Piano Scala è un posto molto bello e prende il nome da un’antica e suggestiva scala scavata nella roccia, delimitata da un muretto a secco, a ridosso di alcuni picchi rocciosi che prendono il nome di Rocche Scala. Si tratta di un’antica via utilizzata dai contadini per raggiungere i loro poderi che si affacciano su Fondaco Parrino e sul torrente Caliero e che per buona parte ora sono stati abbandonati.
Sulla scala c’incrociamo con una coppia di anziani contadini con il loro mulo, che sta raggiungendo il suo piccolo orticello. Dopo averla salutata, la superiamo per arrivare dall’altra parte delle Rocche sulla sterrata dove, in contrada Grutta, un anno sì e l’altro no a fine maggio, in occasione della festa della SS. Trinità, s’incontrano le confraternite di Forza d’Agrò e Gallodoro.
Prendiamo a destra, la strada è in leggera salita. Ad un centinaio di metri, sulla sinistra, nei pressi di un rudere scorgiamo un monolite di calcare. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che sull’enorme pietra sono state realizzate profonde incisioni che servivano per raccogliere acqua piovana. Di fronte al masso, sempre scavate nella pietra, due vasche comunicanti, che fanno pensare ad un ingegnoso palmento. La conferma ce la danno i due anziani di prima, che c’informano che in tutta la zona di questi palmenti ce n’erano diversi. Al ritorno a Messina, una rapida consultazione in biblioteca ci permette di scoprire che quella zona di Forza d’Agrò, che sulla cartina non ha nome, ma che gli anziani indicano con “Supragianni”, era ricca di vigneti e che veniva prodotto un vino pregiato, il “Taormenitano”.
Nei pressi di un altro rudere, che dà sulla Valle dell’Agrò, ci affacciamo sul pianoro di Casale (dove molti secoli addietro sorgeva il paese), dove spiccano tra il verde i ruderi della chiesa di San Michele, santo che fu al centro di un’aspra contesa fra i forzesi e gli abitanti di Savoca. Durante una processione del santo i savocesi assalirono i forzesi e s’impadronirono della statua di cartapesta, che venne sistemata all’interno di una chiesa realizzata allo scopo a Savoca.
Costeggiata una barriera frangivento di fichi d’india, arriviamo alle 11 a Monte Recavallo.
Monte Recavallo non è un vero e proprio monte, anche se sulla cartina topografica è segnato come tale. E’ alto, infatti, solo 544 metri. Ma l’anonimo cartografo militare, a nostro giudizio, non si è sbagliato a indicarlo così perché per una serie di circostanze fortunate, da esso è possibile abbracciare a 360 gradi un panorama ineguagliabile, che da montagne più alte non è dato godere.
Davanti a noi il mare Jonio, di fronte la Calabria, a sinistra la riviera jonica fino a Capo Alì. Quindi, ruotano in senso antiorario e risalendo con lo sguardo tutta la Valle dell’Agrò: Savoca, Casalvecchio, Monte Scuderi, Pizzo Vernà, Limina, dietro il quale spicca la Rocca di Novara (1340 m). Poi, ancora, Roccafiorita, sul quale incombe monte Kalfa (1000 m). Laggiù, lontana e maestosa come sospesa in cielo ecco l’Etna, tutta imbiancata e con l’immancabile pennacchio. Infine, Monte Ziretto e il golfo di Mazzarò.
A Monte Recavallo si arriva da forza d’Agrò, con Savoca il paese più bello e suggestivo della riviera jonica messinese, che nulla ha da invidiare per posizione e bellezze naturali a Taormina. A Forza d’Agrò (429 m slm) giungiamo dopo aver percorso i quattro chilometri di rapidi tornanti della strada che s’imbocca a Capo Sant’Alessio, il leggendario “Argennon Akron” di greca memoria. Di Forza d’Agrò, o meglio del “Vicum Agrillae” si parla la prima volta nell’atto di donazione fatto dal Conte Ruggero il Normanno nel 1117 a Gerasimo, primo abate del monastero basiliano dei SS. Pietro e Paolo (XII sec., che si trova sull’argine destro della Fiumara).
Scattate decine di foto e diapositive, riprendiamo il cammino scendendo verso la Valle dell’Agrò, cercando di tenerci lontani dalla sterrata (una buona escursione cerca di evitarle il più possibile).
La nostra prossima meta è un altro palmento, realizzato con grande abilità inglobando un blocco di calcare in una casa con due ambienti dove sono state scavate le vasche.
D’ora in avanti il cammino si fa più tranquillo ed in parte diventa un po’ monotono non fosse per i panorami che ad ogni curva si aprono a perdita d’occhio. Alle 12,10 dopo aver percorso poco più di 6 chilometri e imboccato una mulattiera sulla destra, consumiamo su un bel prato una rapida colazione a sacco.
Davanti a noi, in basso la frazione Scifì (dove sono in corso importanti scavi archeologici sotto il patrocinio della sede comprensoriale Val d’Agrò dell’Archeoclub d’Italia) e dall’altra parte del torrente la bellissima chiesa basiliana dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò.
La via del ritorno a Forza d’Agrò, lasciando alla nostra sinistra la fiumara, è tra ulivi, querceti e alberi da frutto, su una sterrata fin troppo comoda. Il paese ci appare, dopo una svolta, visto un po’ dal basso, in tutta la sua bellezza: svettano contro il cielo azzurro, la Chiesa della Triade e il Castello, dove facciamo una rapida puntata, dopo aver preso un po’ di fiato (sono le 15 ed abbiamo percorso 12 chilometri in tutto), per ammirare Forza dall’alto e lasciarci catturare dai suoi vertiginosi panorami.
Sotto il maniero è uno sfacelo. Ai lati delle suggestive viuzze case sventrate, ruderi. Le percorriamo in silenzio e con rabbia sorda pensando a quanto detto qualche anno addietro da re Gustavo di Svezia, esperto archeologo, che dopo aver visitato Forza d’Agrò rivolgendosi al sindaco dell’epoca chiese: “Perché nessuno ha cura di tutte le meraviglie di questo magnifico paese?”.
Appunto, perché?.