Maria Grazia Insinga – Inediti

[Cædere]
I
Oh! L’uso improprio che si fa della propria vita – deve
essere la mano che prende fuoco o il cesello che
sbalza e sbalza da pareti di gesso – ondina
così impropriamente foggiata secondo l’ufficio che
mai avrei dovuto compiere: il salto, mio caro Desfontaines (1) !

II
Oh! La cura dei particolari – il rallenty – ciottolo
scagliato in acqua dall’acqua ritorna sfugge a
occhio che non vede salto se m’infrangi
dove silenzio frange cerchio nel cerchio o
curva d’alberi in memoria di vento. E cedo.

III
Scogliera erosa non arretra, manca alla gioia il diritto e in sua
assenza maestosa il male aumenta ma diminuisce la resa
elegante nel mio granito di Cornovaglia (2) circondata da maniche di burrasca
pare anneghi il faro invece parte rosa che ignori
affiora e rovescia me bambina e ancora cade. Cade.

IV
Sorelle pallide in numero di sette sparlano degradando aspre a
picco su questa scrittura postuma di me che volevo parlarti
prima della morte – spiaggiata o morta falesia ho scritto per poterti
parlare prima, poi per amore di una porta. Ora, se osassi
visitarmi quando chiudo gli occhi sentiresti cantare prima della vita.

(5/5/6/6)

(1) Pierre-François Desfontaines (1685-1745) critico letterario e traduttore francese inventò il termine ‘suicidio’ e scrisse l’ode Sull’uso improprio che si fa della propria vita.
(2) Presso le bianche scogliere di Seven Sisters in Inghilterra – uno dei luoghi prediletti dagli aspiranti suicidi – si trova il faro di Beachy Head.

__________________

Tu, musica: acqua alla nostra fontana,
raggio che cade.

Rainer Maria Rilke

[Prima lezione di Luce]

I
Le sette sorelle (3) parlanti spossessano d’innocenza
le sette sorelle più non guardano dall’alto se dall’alto vedi.
Effusa dal mare tra sciara del fuoco e vento
imparare è solo perdita, perdita di bellezza.

II
Memento anima! Innocenza sei e tornerai.
Nel giardino liquido il giglio bianco protegge
il fuoco dai margini taglienti d’ossidiana
e il sartiame rizza gli alberi nella tempesta di vetro.

III
Ciascuno abbia pietà della sorte.
Niente, non c’è più niente. L’aria ha preso
del niente la forma. E il resto solca un mondo
spinto per la strozzatura d’una bottiglia.
IV
Non posso rifare lo stesso percorso.
Corpi raggiano e rimango solo per vederli
non smettere di cadere.
Cædere!

V
Non sorprenda morire. Precedono sontuose corolle
mentre impreparata continui valigie
ripieghi corredi di luce.
Tu, anima: raggio che cade!

(3) L’altro nome delle Isole Eolie.

________________

Un mare verdastro sotto e dorato sopra.
Un mare di giardini d’aranciare.

Stefano D’Arrigo

Al risveglio eravamo mostri in cima al mondo
affinché da lì fossimo scagliati come pietre
– avvolgi il sasso nella carta cesserà di battere
dappertutto assorella forbici a carta e carne
s’impallidirà bellezza – e al risveglio eravamo morti e non
è bastato lanciare quattro modanature
imperìte sul marmo rosso imprestato ai dirupi a
fianco delle cave raccogliendo il quinto sasso non
recuperavo in aria gli altri piccoli marmi di
perfezione lingua di balena senza linguaggio da
consumare e non credo più o meno di quanto io non
creda rido di me e non riesco a credere come
io abbia potuto credere più o meno di quanto
io non avrei mai dovuto credere
hai dimenticato Orcaferone morte
immortale che il sasso batte dappertutto e io
sono un mare di giardini d’aranciare.

(5)

____________

Sogno conchifero
– archetipo di natura
periferia scollata dalle terre
mare che ritrovo al centro
d’una fisiognomica del dolore –
se tutto è identico incanto
– oro alchemico, letame e Dio –
perchè nell’enumerare
il corpo mondo duole ancora?
Sono, io – tritono madreperlaceo
di questa metafisica conca marina –
unica differenza, condanna
di una misura scordata
dal la universale?

____________

[Pregiudizi]

Riascolto il passo
il bene che ricuce al male
– rimane immutato? –

Lascia che il lupo cosparga
il capo d’innocenza. Anche le tre querce
indossano il medesimo copricapo
sulla cima del mondo e cade
– non da un lato non dall’altro –
ma sempre verso l’alto.

E i miei occhi ora vedono che nessuno vide
l’identità di forme, il medievale incanto.
Se il mondo è fatto cosa ancora dovrei fare?

Prendetene ospiti invisibili
ché tanto io vivo davvero nel loto
tra sillaba e sillaba e sillaba
– non prima non tardi – e spesso vivo
solo dopo aver scritto che vivevo.

______________

[Pendolari di lungo raggio]

Scriveremo in codice
della comprensione del mondo
invieremo elenchi d’amore al corpo
per dimenticare le differenze.

Moriremo per sempre
– sottovoce
per non dar fastidio al gelo –
e per vedere
non dovremo più toccare la vita
– come quel temporale
che qui non arriva –
o non moriremo mai.

***

Notizia:
Maria Grazia Insinga, nasce in Sicilia nel 1970, dove vive ed opera.
Riportiamo la sua vivace e densa nota autobiografica:”Faccio capriole polverose per vedermi da fuori, scrivere di me ma debordo come da una rilegatura che non tiene. Dopo la laurea con lode in Lettere, gli studi in Conservatorio e in Accademia, l’attività concertistica e di perfezionamento e l’insegnamento nelle scuole secondarie, giungo quattro anni fa in anticipo all’ora del tè in Inghilterra. Salpo e metto vela – parafrasando Sereni – sull’onda del 20 di agosto alla volta della mia amata isola. Ora mi disincontro qui a centellinare trifogli a barili ché due mondi sono troppi e la Sicilia non è ancora esausta d’essere se stessa. Non ricordo d’esser morta e sento due notti in luogo d’una. Le mie poesie sono apparse online su riviste specializzate (Cartiglio d’ombra, La Bella Poesia, Larosainpiu, Words Social Forum). Insegno Pianoforte presso una Scuola Civica di Musica succursale del Conservatorio “V. Bellini” di Palermo e mi occupo di ricerca musicologica – ho censito, trascritto e analizzato i manoscritti musicali inediti del poeta Lucio Piccolo – di critica letteraria e faccio parte della giuria del Premio Internazionale di Poesia Don Luigi Di Liegro. E poi scrivo, scrivo, scrivo… Spezzo in enjambement di fiato e senso il verso come per riporlo in uno spazio millimetrato grafico e mentale, una partitura senza altezze. La poesia è iniziazione al suono per il tramite corporeo della parola; mappa svanita d’agogica e dinamica dove quel che non dico l’ho detto prima di non dire“.

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2 responses to “Maria Grazia Insinga – Inediti

  • giorgio linguaglossa

    Con le parole della Insinga: «cura dei particolari», «l’uso improprio» del linguaggio poetico come luogo di commistioni tra fantasia, fantasy, post-realismo, musica atonale, atonalismi, perifrasi, tutto ciò è compresente nel discorso poetico della Insinga. Il risultato è un linguaggio claudicante, che fa venire il mozzafiato a leggerlo, irto e fluviale, involuto ed evoluto, implicito ed esplicito, elicoidale.
    complimenti all’autrice.

  • mginsinga

    Ringrazio Enrico De Lea per l’ospitalità.
    E ringrazio Giorgio Linguaglossa per la lettura preziosa.

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