“Volti dell’acqua” di Anila Resuli

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Con “Volti dell’acqua” (Smasher ed. , 2012) Anila Resuli ha vinto il Premio Letterario Ulteriora Mirari – II Edizione – 2012.
Propongo alcuni testi dalla silloge/poemetto, cui nel volume sono dedicate le note di Paolo Fichera e di Alessandra Pigliaru.
***
con una sola bocca, pelle resa
morbida d’acqua, bambina, una piega
singola: dietro, misto ai corpi gravidi,
occhi, tolta aria dentro la pupilla
breve – mi parli nel colore flesso
a schiuma chiara, dove reca nascita
la tua parola, detta solo prima
di partire. non resti più mio padre:
togli la parte che ti riconosco,
tingi l’albume di scuro e non vedo
più trascinare l’acqua, più non vedo
un corpo denso dov’era aggrapparsi
un gioco a mosca cieca, un rendere alto,
chiodo su chiodo, parete caduta
come memoria. devi ricordare
perché ti dimentichi i volti, pianti
che nego ai sogni, quand’è poi mattina.

***

Vlorë (Valona, Albania), 1997,
15 marzo, ore 13:30.

Verso il porto.
questa terra marcisce i nomi vecchi
dei padri, accoglie figli morti e sorti
nei lividi; si presta alla tua guerra,
alla mia, già alle vene dove scorre
denso nel sangue il male. si riversa
nella radice, come linfa scura
che attesta come il buio sa tornare.


in fila i pini marittimi, vedi
gonfi, ricolmi, sorti alti ed interi:
li guardi rasi in corpo, verdi, stretti,
ti chiedi come vederli bambina
sorta nel limbo, sveglia appena a dire
qui la parola sta muta, bisbiglia.
via resa strada, la corsa alla gola,
fretta che s’apre – respira poi dentro:
profonda attecchisce aria nel polmone.
non scorgi volti, bocche, denti bianchi,
orge di voci. non prendi più fiato.
nel vomito d’odori e terra rossa:
piccole mani, non chiedi, ma vedi
soltanto, ch’è abbastanza per poi dire
se essere, affranta lingua, resa bianca,
pallida sorte. vai, senza perdono,
sali nel tonfo della preda, braccio
piegato alla caduta, ché mai cadi
prima di ripiegarti e ripartire.

arrivi. scorgi l’orgia delle femmine,
degli uomini storpiati nelle bocche,
le fasce di bambini uniti ai corpi
piccoli delle madri. il tarlo al legno
che presta voce all’onda ti richiama,
ti inghiotte un buco per volta, trasuda
nel silenzio lo sparo e giù giù a picco
nel profondo dimena i pesci sordi
pronti a fuggire. ma resti ché devi
restare, impianti i piedi e non cadere
col braccio che sostiene il corpo, tieni
la nuca e guardi giù, come nel mare
sprofondi nello scoglio che rispecchia
il volto senza segni, come nuova,
sordità che ti toglie la catena
allo sguardo, che lasci ripercorrere
nuovamente, ma tremi; e non fiatare.

***
Ore 20:00

come silenzio fatto, voce calma
il mare, l’onda sottile attanaglia
le gole, tutte avvolte. ferma in acqua
e l’acqua sempre più scura che resta:
attendi, torna. la forza che prendi
tutta qui al grembo, umidi stretti, avvolti
nella sutura di corpi, compressi.
reso il perdono – padre in questo pianto
che ti reco – lavàti i piedi, l’acqua,
nuvola nata dalla schiena, ancora
apprendi fame, ch’è tutta qui insieme
nei polsi, con le vene scure e dense,
ch’è parte il sangue, fluito sottile
nel corpo. il tempo ammaestri, poi guardi
fissi distanti, coi volti dell’acqua,
la terra tace ormai lontana, prendi
fiato leggero, mischi l’aria all’aria,
non riconosci fiato, ai fiati resti,
presti la bocca per ridere. e sai
come attendere ancora, ma farfugli
innesti agli occhi, con i pianti muti
dei figli; e guardi poi pensi a come essere
all’odore di terra, vedi i piedi
altrove, senza camminare. chiudi
gli occhi di volta in volta, a prua stringe
il mare, a tonfi stretti, con cerniere
di bocche unite per poi galleggiare:
atterri nel respiro, guardi teste
dentro seni di madri, i grembi pieni,
ventri raccolti da piccoli fiori
per ricordare. dimmi che finisce
poi l’acqua, padre che m’accogli figlia,
nel sorriso tracciato dalla fame,
m’accogli all’occhio scuro fatto solo
per guardar gli occhi piccoli dei figli
nelle tue mani, quelle con cui togli
acqua, che bevi per intero, gola
a gola, a braccia unite; e continuare.

l’ora è tarda: portato il mare a pelle,
sorti i colli, alte braccia a fare scendere
l’acqua, le scale strette, i bordi fermi,
contano, sotto i piedi, fronti stese,
a frammenti di pelle, ammorbidite
dita sul legno scuro che si stringono
per non cadere: sei dentro, ma credi
il rumore una parte fissa al timpano,
le voci ferme che vedono l’acqua
bucare il legno; terra sotto i palmi.
prendi le nervature scure all’unghia,
non lasci, stretto tieni, come fossi,
della prua, una parte, fiato scisso
nell’assenza di luce, persa via
nel guardare col buio. attendi e ruoti,
piccola girandola a vento, forza
mare, distanza visibile ai volti:
nulla fiata nell’urlo, muti tutti.

***

Porto d’Otranto, ore 6:30.

non guardi gli occhi, le femmine, gli uomini,
col respiro che sfiora terra, un bacio
nella polvere dato, come tronchi
di pelle sospirando il buio. e il buio
che marcia accanto, sfiora nel tremore
distacco; e il sangue nell’atrio del cuore
che snerva, toglie radici di vene
strette lì, per tenere in piedi braccia,
gole affamate d’aria, poi silenzi
e solchi, occhi migranti, bocche fatte
squarci di voci, annerite col sole.

così cedi lo sguardo dentro il corpo,
coi muri dilatati della pelle
stirata, dorso a dorso, fiato a fiato:
porti con te il rumore, la risacca,
la forma d’onda fissa nel tuo grembo,
porti l’odore, la fiamma, l’assenza
della luce, l’orrore qui nel cuore.
fermo a terra il dolore. nel tremore
l’armonia alle ginocchia umide strette
nelle lenzuola, con i volti rasi
degli occhi, finti sorrisi, da brevi
spettri che camminando nella polvere
si sentono stranieri.

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