Il volto (di Mario Domina)

(dal blog letterario di Mario Domina, “Lettere di Diogene”)

Son qui alla stazione di Messina, solita puzza che proviene dai marciapiedi luridi, cicche e sputazza per terra, piscio negli angoli, ma non importa, perché gli odori si mescolano con quella sensazione indefinita che arriva da lontano, dalle mille volte che fin da bambino son passato di qui, un caleidoscopio sentimentale pressoché incatalogabile, migliaia di volti, di passaggi, di fischi dei treni, lo sbattere assordante degli sportelli, dentro e fuori, monta e smonta dal treno, smonta e rimonta il treno, dentro e fuori dal ferrubottu, su e giù dai binari di Villa, che per capire come funzionavano ci ho messo anni, e poi la madonnina dal traghetto, dai saluta! fatti il segno della croce e lancia un bacio, inspira l’aria fresca del mattino sullo stretto, dietro Scilla davanti Cariddi, o viceversa, ma in quel caso era più triste – ci fu anche quella volta che mi appesi al collo un cartello con su scritto “No-ponte! se lo fanno, tutta questa bellezza verrà distrutta”, e raccolsi persino dei sorrisi assonnati… Però ora sono alla stazione, e non devo divagare troppo, sennò perdo il treno.
Lo hanno annunciato in questo preciso istante, il regionale che da Messina mi porterà al mio paese sui Nebrodi, e dopo l’aereo l’autobus la nave e il tram – ora che sono più moderno, e non mi sparo più diciotto-ore-diciotto di espresso – l’ennesimo trasbordo nella calura agostana sta cominciando a fiaccarmi. Sarà più moderno, ma io non son più bambino. Sono però felice per il mio arrivo, per il mare, per il sole, per l’aria, i profumi – che sopraggiungono lo stesso, nonostante il puzzo nauseabondo della stazione.
Mentre mi accingo a salire vengo avvicinato da una donna straniera, dai tratti sembrerebbe asiatica, forse indiana o pachistana, sulla cinquantina, che mi chiede un’informazione circa la destinazione del treno. Io le rispondo con cortesia, come al solito, ma poi capisco che non le basta, che vuole qualcos’altro da me. In verità sono un po’ infastidito, avrei voluto godermi in perfetta solitudine il momento dell’approdo, dell’arrivo, del contatto con la mia terra. Mia, solo mia, qui e ora, io e lei, e nessun altro. Sono molto geloso quando celebro i miei riti, e divento un asociale scontroso e irritabile se qualcuno li intralcia. Come questa donna che continua a fissarmi con i suoi occhi scuri e puntuti, seppur con l’aria timida e discreta di chi intuisce che intorno al suo interlocutore si va formando un cerchio impenetrabile.
E forse c’è anche dell’altro che non sto a indagare, magari quella melma fastidiosa che ribolle nel nostro basso ventre quando si è avvicinati da un estraneo, per di più così tanto estraneo. Scorza razionale del “siamo tutti uguali, mica son razzista io”, e poi polpa di tutt’altro tipo, fatta di passioni e paure incontrollabili, che discendono da cunicoli e labirinti ancestrali sepolti in quella zona del cervello che abbiamo denominato “amigdala” – mandorla grigia e misteriosa.
Alla fine lei capisce che non intendo molto starla a sentire e, pur seguendomi nello stesso vagone, si siede nell’altra fila di posti a sedere. Si presenta in modo dignitoso, pulita e ordinata, e veste degli abiti piuttosto dozzinali, tutt’altro che esotici – ad eccezione di un foulard dai colori sgargianti, che rompe la monotonia del vestito, e soprattutto quell’aria malinconica che non è solo stampata sulla sua faccia, ma che sembra essersi propagata nei gesti e in tutta la sua figura.Occhieggio di tanto in tanto incrociando il suo sguardo smarrito, e decido che è venuto il momento di ascoltare della musica, per isolarmi ancora di più e concentrarmi sul paesaggio.
Dopo la lunga galleria che passa sotto i Peloritani, s’intravvede finalmente il triangolo azzurro del mar Tirreno, e il mio cuore ha un sobbalzo: poco più in là compare Punta Milazzo, e s’indovinano le Eolie, cancellate in parte dallo scirocco di ferragosto. Attraversiamo un ponte altissimo, e mi sovviene l’immagine di me e dei miei cugini che da bambini correvamo nel greto secco del torrente che passa lì sotto, quand’ero ospite di una zia grassissima e adorata che abitava poco più in alto, risalendo la valle. Poi il treno si ferma alla stazione di Villafranca Tirrena, e sembra non voler ripartire più, la prima delle numerose ed eterne coincidenze capaci di fiaccare anche il più paziente e mite degli umani. Sbuffo e di nuovo incrocio il sorriso tenue e impacciato della donna.
Dopo qualche altro sguardo fugace, alla fine decido che la mia dorata solitudine protosicula può anche andare al diavolo, e a maggior ragione l’eventuale irrazionale e ancestrale diffidenza. La invito a sedersi di fronte a me e cominciamo a parlare. Poche parole, in verità, visto che lei conosce pochissimo l’italiano, lingua smozzicata e stentata, ma che va dritta al cervello e al cuore, perché esce da una bocca che ha un intero mondo da raccontare – se solo potesse esprimerlo. Ma al di là della storia frammentata che le mie orecchie ascoltano (la solita litania di sfruttamenti, profittatori, bastardi che promettono, illudono e nè mantengono né pagano, naturalmente italianissimi), sono il suo volto e i suoi gesti che mi colpiscono profondamente. Il suo sguardo impaurito e implorante, le mani insicure, quel fremere di tutto il corpo, le sue lacrime discrete. Stava andando, qualche stazione dopo la mia, a trovare un amico – un “paesano” – che forse avrebbe potuto lenire la sua sofferenza e la sua disperazione. O magari si sarebbe rivelato l’ennesimo bastardo profittatore. Realizzo che quella donna e quel volto sono disperatamente soli, persi nel nulla, e invocano aiuto. Un vero e proprio grido altissimo e però soffocato nel mezzo del deserto.
Poi, rinfrancatasi un momento, su mia sollecitazione comincia a raccontarmi della sua famiglia in India, dei suoi figli più che ventenni, del villaggio, di quanto le manchino. Anche qui, poche frasi smozzicate, e i suoi occhi e la sua bocca che cercano di tendersi in un sorriso, senza molta convinzione. Ma io riesco a vederlo quel villaggio, e le donne colorate che vanno a prendere l’acqua a chilometri di distanza, e i figli che si svegliano presto al mattino per cercare di combinare qualcosa, e il marito ammalato, e i vecchi che scuotono la testa silenziosi, e la grande città verso cui i ragazzi, prima o poi, partiranno, e lei qui, a migliaia di chilometri di distanza, che stringe nel cerchio della sua testa tutto quel mondo, e lo sta sciorinando tristemente davanti a me.
È volata un’ora, e il treno, nell’ultimo tratto, sembra essere impazzito e voler recuperare il tempo perduto, dopo tutte quelle coincidenze e le fermate in stazioni che sembravano abbandonate da tempo immemore. Fischia, e talvolta persino urla, all’ingresso delle vecchie gallerie, che si susseguono dopo la montagna del Tindari, e io alterno la visione del volto della povera donna indiana di fronte a me con quella delle calette laggiù alla mia destra, dove spero di gettarmi tra poco per lavar via tutta la malinconia – quella vaporosa di un intero anno, e quella intensissima di quest’ora, un’ora che si depositerà da qualche parte, non molto discosta dalla mandorla terrorizzata, e che resterà lì in eterno, come un diamante intangibile.
Mi preparo a scendere, è arrivata la mia stazione, intravvedo dal vetro la solita palma che contende lo spazio al ficus cresciuto nell’ultimo anno ad un ritmo più veloce, entrambi costretti nelle aiuole lungo il marciapiede, con il sole impietoso della tarda mattina che comincia a bruciare ogni cosa, e che non smetterà di farlo fino al tramonto, fino a che tutto non sarà estenuato e morto di sete e di febbrili allucinazioni. Chissà se è lo stesso sole che picchia laggiù, nel suo paese indiano. Guardo lei e guardo la porta d’uscita che occorre quasi forzare per poter scendere, la saluto con tutto il calore che mi è possibile per le circostanze, augurandole buona fortuna. Lei mi lancia per l’ultima volta quell’occhiata riconoscente, che mi si conficca nelle carni, come una stilettata – a futuro memento. Non mi giro una volta a terra, per non dare impressioni sbagliate, o forse perché non voglio far vedere gli occhi lucidi, anche se non c’è pericolo, visto che ho subito inforcato gli occhiali scuri, dopotutto sono in vacanza, ma so che il suo volto e i suoi occhi ardenti sono ancora fissi sulla mia schiena, e che non si staccheranno più da lì.

***

[Nota dell’autore – Raccontai questo episodio, esattamente 5 anni fa, sul mio blog filosofico La Botte di Diogene, in maniera più succinta e con qualche considerazione a latere sul concetto di volto in Levinas, sulla memoria e sull’oblio]

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Per notizie sull’autore di questa prosa, vi consigliamo di cliccare sul suo blog filosofico La Botte di Diogene: http://mariodomina.wordpress.com/questo-blog/note-sullautore/

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