Sui Monti Peloritani, tra antichi cammini (di Marcello Mento)

Il toponimo Peloritani deriva dal greco e indica qualcosa di gigantesco e smisurato. E tali dovettero apparire ai colonizzatori calcidesi che giungendo in questo braccio di mare tra la Calabria e la Sicilia, si trovarono questa catena montuosa che nasce direttamente dal mare e s’innalza verso il cielo, a formare un barriera difensiva impenetrabile e compatta. Una catena che partendo da Messina e snodandosi per circa 70 chilometri, corre parallela alla costa jonica fino alla Valle dell’Alcantara, per poi svoltare verso Occidente, risalire il lato destro del fiume e culminare, all’altezza delle portelle Pertusa e Mandrazzi, nello sperone roccioso di Rocca di Novara (1340 m), il Cervino di Sicilia.
Basta questa breve descrizione per comprendere di trovarci in presenza di uno dei luoghi più interessanti e peculiari della Sicilia. Di quella Sicilia irriducibile e orgogliosa, mai sfacciata, consapevole della propria bellezza e del fatto che perché questa bellezza sia conosciuta ed assaporata, ha bisogno di piccoli, grandi sacrifici. Come quello di mettere l’auto e la moto da parte e lasciarsi tentare – a piedi, in bici o a cavallo – dalle carrarecce e dai sentieri che si aprono in cresta e sui suoi fianchi, oppure lungo le strette e profonde vallate dove scorrono da secoli le fiumare. Basteranno pochi minuti di cammino per trovarsi in luoghi di cui neanche immaginate l’esistenza, come la piccola cascata che si apre poco oltre il villaggio di San Filippo, alle porte di Messina, o la suggestiva e fresca Valle degli Eremiti, a monte di Fiumedinisi, o l’affascinante gola della Ranciara, al confine dei comuni di Limina, Casalvecchio Siculo ed Antillo. Per non dire di Monte Scuderi, il cuore stesso dei Peloritani, dalla cui sommità si può ammirare un panorama che non dimenticherete mai, che va dallo Jonio al il Tirreno, dalla Calabria alle Eolie, fino alla mole possente e bianco-azzurrina dell’Etna.
L’Azienda forestale di Messina in questi ultimi anni, grazie in particolare a dirigenti lungimiranti, quali Giuseppe Giaimi, Carmelo Di Vincenzo ed Ettore Lombardo, ha compreso le potenzialità dell’escursionismo ed ha realizzato alcuni percorsi che riscuotono molto successo, anche all’estero, in particolare tra gli appassionati della mountain bike e di chi ama camminare a piedi. Parliamo degli itinerari realizzati nel demanio di Rometta, cioè il Brignoli e il Girasì, lunghi rispettivamente 2 km e 600 m il primo e 8 km e mezzo il secondo. Il Brignoli è stato concepito per fare conoscere il bosco e i suoi tanti segreti ed è facile da percorrere. Il Girasi, che invece è molto più impegnativo, ti catapulta in contesti paesaggistici che ti lasciano senza fiato: si passa dalle macchie di lecci e frassini, scampati al disboscamento selvaggio, al paesaggio alpino delle douglasie (consigliabile, se possibile, quando c’è nebbia). Per non dire delle “zimme” e delle fosse della neve”. Le zimme erano le capanne in cui stavano i carbonai che salivano da Saponara, per tutto il ciclo di fabbricazione del carbone naturale. Le fosse della neve, com’è noto, servivano a stipare la neve durante il periodo invernale, che poi veniva trasportata a valle in estate, utilizzata sia per scopi medici, che per fare gelati e sorbetti. La migliore neve, si dice, era quella di Monte Scuderi.
Ma per godere appieno dei Peloritani basta percorrere la pista di cresta che da Dinnammare porta a Portella Mandrazzi, realizzata all’inizio del secolo scorso dal Primo Genio Alpini per scopi strategici, che oggi potrebbe diventare il fulcro do un’attività turistica che avrebbe appunto nel trekking il suo momento centrale. Quale catena, infatti, offre la possibilità di realizzare un percorso ad oltre 700 metri d’altezza, con scorci paesaggistici quali quelli che si aprono da lassù?

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