Da Forza d’Agrò a Monte Recavallo tra antichi palmenti e panorami mozzafiato (di Marcello Mento)

Posteggiate (alle ore 9) le auto in piazza S. Francesco, nel centro di Forza d’Agrò, ci incamminiamo per la via SS. Annunziata. Subito a destra c’è la chiesa Madre dedicata a Maria SS. Annunziata e Assunta con la sua bella facciata barocca. Proseguendo, sulla destra si aprono dei vicoli che danno sulla Valle d’Agrò e sulla riviera e che costituiscono una delle attrattive più singolari di questo bellissimo borgo.

In fondo alla via SS. Annunziata, in piazza S. Antonio, prendiamo a sinistra una scalinata che porta al Castello normanno – saraceno (XII sec.). A metà strada, sulla destra, imbocchiamo un sentiero in mezzo all’erba che sbuca su una sterrata che abbandoniamo poco dopo per una stradina che muore a Piano Scala. Il trekking a questo punto entra nel vivo e si fa particolarmente interessante per le scoperte che da qui a poco faremo e che arricchiscono il nostro bagaglio di conoscenze con alcuni mirabili esempi di cultura rurale.
Piano Scala è un posto molto bello e prende il nome da un’antica e suggestiva scala scavata nella roccia, delimitata da un muretto a secco, a ridosso di alcuni picchi rocciosi che prendono il nome di Rocche Scala. Si tratta di un’antica via utilizzata dai contadini per raggiungere i loro poderi che si affacciano su Fondaco Parrino e sul torrente Caliero e che per buona parte ora sono stati abbandonati.
Sulla scala c’incrociamo con una coppia di anziani contadini con il loro mulo, che sta raggiungendo il suo piccolo orticello. Dopo averla salutata, la superiamo per arrivare dall’altra parte delle Rocche sulla sterrata dove, in contrada Grutta, un anno sì e l’altro no a fine maggio, in occasione della festa della SS. Trinità, s’incontrano le confraternite di Forza d’Agrò e Gallodoro.
Prendiamo a destra, la strada è in leggera salita. Ad un centinaio di metri, sulla sinistra, nei pressi di un rudere scorgiamo un monolite di calcare. Ci avviciniamo e ci accorgiamo che sull’enorme pietra sono state realizzate profonde incisioni che servivano per raccogliere acqua piovana. Di fronte al masso, sempre scavate nella pietra, due vasche comunicanti, che fanno pensare ad un ingegnoso palmento. La conferma ce la danno i due anziani di prima, che c’informano che in tutta la zona di questi palmenti ce n’erano diversi. Al ritorno a Messina, una rapida consultazione in biblioteca ci permette di scoprire che quella zona di Forza d’Agrò, che sulla cartina non ha nome, ma che gli anziani indicano con “Supragianni”, era ricca di vigneti e che veniva prodotto un vino pregiato, il “Taormenitano”.
Nei pressi di un altro rudere, che dà sulla Valle dell’Agrò, ci affacciamo sul pianoro di Casale (dove molti secoli addietro sorgeva il paese), dove spiccano tra il verde i ruderi della chiesa di San Michele, santo che fu al centro di un’aspra contesa fra i forzesi e gli abitanti di Savoca. Durante una processione del santo i savocesi assalirono i forzesi e s’impadronirono della statua di cartapesta, che venne sistemata all’interno di una chiesa realizzata allo scopo a Savoca.
Costeggiata una barriera frangivento di fichi d’india, arriviamo alle 11 a Monte Recavallo.
Monte Recavallo non è un vero e proprio monte, anche se sulla cartina topografica è segnato come tale. E’ alto, infatti, solo 544 metri. Ma l’anonimo cartografo militare, a nostro giudizio, non si è sbagliato a indicarlo così perché per una serie di circostanze fortunate, da esso è possibile abbracciare a 360 gradi un panorama ineguagliabile, che da montagne più alte non è dato godere.
Davanti a noi il mare Jonio, di fronte la Calabria, a sinistra la riviera jonica fino a Capo Alì. Quindi, ruotano in senso antiorario e risalendo con lo sguardo tutta la Valle dell’Agrò: Savoca, Casalvecchio, Monte Scuderi, Pizzo Vernà, Limina, dietro il quale spicca la Rocca di Novara (1340 m). Poi, ancora, Roccafiorita, sul quale incombe monte Kalfa (1000 m). Laggiù, lontana e maestosa come sospesa in cielo ecco l’Etna, tutta imbiancata e con l’immancabile pennacchio. Infine, Monte Ziretto e il golfo di Mazzarò.
A Monte Recavallo si arriva da forza d’Agrò, con Savoca il paese più bello e suggestivo della riviera jonica messinese, che nulla ha da invidiare per posizione e bellezze naturali a Taormina. A Forza d’Agrò (429 m slm) giungiamo dopo aver percorso i quattro chilometri di rapidi tornanti della strada che s’imbocca a Capo Sant’Alessio, il leggendario “Argennon Akron” di greca memoria. Di Forza d’Agrò, o meglio del “Vicum Agrillae” si parla la prima volta nell’atto di donazione fatto dal Conte Ruggero il Normanno nel 1117 a Gerasimo, primo abate del monastero basiliano dei SS. Pietro e Paolo (XII sec., che si trova sull’argine destro della Fiumara).
Scattate decine di foto e diapositive, riprendiamo il cammino scendendo verso la Valle dell’Agrò, cercando di tenerci lontani dalla sterrata (una buona escursione cerca di evitarle il più possibile).
La nostra prossima meta è un altro palmento, realizzato con grande abilità inglobando un blocco di calcare in una casa con due ambienti dove sono state scavate le vasche.
D’ora in avanti il cammino si fa più tranquillo ed in parte diventa un po’ monotono non fosse per i panorami che ad ogni curva si aprono a perdita d’occhio. Alle 12,10 dopo aver percorso poco più di 6 chilometri e imboccato una mulattiera sulla destra, consumiamo su un bel prato una rapida colazione a sacco.
Davanti a noi, in basso la frazione Scifì (dove sono in corso importanti scavi archeologici sotto il patrocinio della sede comprensoriale Val d’Agrò dell’Archeoclub d’Italia) e dall’altra parte del torrente la bellissima chiesa basiliana dei SS. Pietro e Paolo d’Agrò.
La via del ritorno a Forza d’Agrò, lasciando alla nostra sinistra la fiumara, è tra ulivi, querceti e alberi da frutto, su una sterrata fin troppo comoda. Il paese ci appare, dopo una svolta, visto un po’ dal basso, in tutta la sua bellezza: svettano contro il cielo azzurro, la Chiesa della Triade e il Castello, dove facciamo una rapida puntata, dopo aver preso un po’ di fiato (sono le 15 ed abbiamo percorso 12 chilometri in tutto), per ammirare Forza dall’alto e lasciarci catturare dai suoi vertiginosi panorami.
Sotto il maniero è uno sfacelo. Ai lati delle suggestive viuzze case sventrate, ruderi. Le percorriamo in silenzio e con rabbia sorda pensando a quanto detto qualche anno addietro da re Gustavo di Svezia, esperto archeologo, che dopo aver visitato Forza d’Agrò rivolgendosi al sindaco dell’epoca chiese: “Perché nessuno ha cura di tutte le meraviglie di questo magnifico paese?”.
Appunto, perché?.

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