Pesca nello Stretto (di Giuseppe Loteta)

(La Pesca del pescespada nello Stretto di Messina fino agli anni Sessanta del ‘Novecento. Dal romanzo “Messina 1908”, di Giuseppe Loteta, Pungitopo editore). 

La feluca

La flottiglia degli Arena,. così si chiamava la famiglia di Angela, era una delle più grandi e attrezzate dell’intera riviera messinese. E parlare di flottiglia non era impropio, perchè si trattava di due grandi feluche e di due luntri. Le prime issavano al centro il maestoso albero di avvistamento, ‘a ntinna, alta più di venti metri, in cima alla quale si accovacciava la vedetta che aveva il compito di avvistare dall’alto il pescespada e di segnalarlo con grandi urla all’equipaggio del luntro, piccolo e veloce, che avrebbe seguito la preda fino a colpirla. Una prendeva posizione vicino alla costa e l’altra al largo, in modo da individuare il pesce in un tratto di mare molto ampio.  Le due feluche servivano anche da contenitori degli animali arpionati che i pescatori issavano a bordo e stivavano negli ampi spazi ricavati sottocoperta. L’equipaggio di ogni luntro era composto da sei persone. Quattro erano addetti ai lunghi remi che imprimevano alla barca la velocità necessaria all’impresa. Un quinto, il foriere, issato su un piccolo albero di direzione, seguiva le indicazioni dell’antenniere della feluca e le trasmetteva, aggiustandole a distanza ravvicinata, ai rematori. E infine il lanciatore, che aveva il compito più difficile di tutto l’equipaggio: colpire il pescespada con il lungo arpione, il ferro, lanciato con tiro diretto o parabolico da una distanza che poteva raggiungere dieci o dodici metri. Il lancio avveniva in piedi, in equilibrio precario, ma raramente il bersaglio era mancato. Il luntro era dipinto all’esterno di nero, per risultare meno visibile al pesce. e all’interno di verde. Il padre di Angela, don Vincenzo, guidava l’intera battuta dalla tolda della feluca d’alto mare. Totino, addestrato fin da bambino, ne era l’antenniere. E gli altri due fratelli, Paolo e Pippo, erano i lanciatori dei due luntri…

Il luntro

Gli uomini degli equipaggi raggiunsero rapidamente i loro posti e le imbarcazioni presero il largo contemporaneamente. Non era passato molto tempo che la prima feluca calò l’ancora e uno dei due luntri cominciò a girarle intorno lentamente. La barca di don Vincenzo proseguì verso il mare aperto. E Antonio dimenticò i suoi pensieri. La feluca solcava le onde con leggerezza, danzando su un’acqua limpida e trasparente, quale era raro vedere nei giorni a cavallo tra la primavera e l’estate. Ora, la sensazione di benessere dello studente era totale….Contava solo che lui si trovasse lì. su quel mare di favola, ad assistere a un rito che si tramandava da millenni nello Stretto di Messina.

Il silenzio fu rotto all’improvviso da un grido di Totino dall’alto. “Le fere, le fere! Pi fora!”. Antonio guardò per fuori, verso il largo, e vide la carovana di delfini che fendeva il mare a grandi balzi. Per nulla intimoriti dalla presenza dell’uomo, anzi curiosi, i mammiferi virarono ad angolo retto e si diressero verso il peschereccio: Lo circondarono e, regolando la loro velocità su quella del natante, lo scortarono per un tratto di mare, emettendo ad intervalli regolari fischi e suoni striduli. Poi all’improvviso come erano venuti, ricostituirono l’originaria formazione e si allontanarono. I pescatori li guardavano senza muovere un dito. Avevano rispetto per le fere e anche un certo timore, che derivava dagli incomprensibili atteggiamenti di questi animali e dai racconti dei più anziani che, nelle sere d’inverno, intorno al fuoco, giuravano perfino di averli sentiti piangere.

Guttuso: La leggenda di Colapesce

La caccia vera e propria ebbe inizio a giorno inoltrato. Totino cominciò a urlare come un pazzo: “Sunnu dui, dui! Fora e susu! Fora e susu! Mi si movi, mi si movi u luntru”. Ma non ebbe bisogno di ripetere l’avvertimento. I quattro rematori del luntro scattarono e il barchino partì velocemente nella direzione indicata dall’antenniere. Finchè anche il foriere fu un grado di vederli. Nuotavano appaiati e ancora ignari del pericolo. Nel più assoluto silenzio, Paolo Arena, il lanciatore, salì a poppa e imbracciò il ferro, la lunga asta di legno alla cui estremità era fissato l’arpione vero e proprio, la punta metallica con le alette apribili, che, una volta centrato il bersaglio, si staccava dalla sua base e restava immersa nel corpo della vittima. Lo bilanciò e rimase in attesa, immobile, con gli occhi fissi sul tratto di mare che aveva davanti. Finchè il foriere gli sussurrò dall’alto: “ora, ora”, e lui lo vide. Era un bestione lungo sui tre metri a otto, dieci metri di distanza. Sembrava in apprensione, ora. Si muoveva a scatti e si era girato con la testa nella direzione opposta a quella dove si trovava il luntro. Aveva fiutato il nemico e si preparava a fuggire, ma Paolo non gliene diede il tempo. Lo guardò per un istante e poi, con un grido di trionfo, lanciò alto il ferro che, con una perfetta parabola, andò a conficcarsi nel corpo dell’animale. “Caloma, caloma” gridò don Vincenzo da bordo della feluca, a indicare che ora si doveva dare caloma, cioè distendere la lunghissima sagola collegata con la punta metallica e seguira i movimenti del pesce, finchè questo, sfinito e dissanguato, non si fosse immobilizzato e non fosse possibile issarlo a bordo. 

Il pescespada tenta di fuggire.

Quello fu il primo, una femmina. Seguì il maschio che continuò a girare intorno al punto in cui era stata colpita la sua compagna, finchè il ferro di Paolo non trafisse anche il suo corpo. E, dopo la coppia, altri, arpionati con precisione nell’eccitazione crescente di una caccia che si rivelava anche più copiosa del previsto. Un solo errore: uno scarto improvviso del pesce e il ferro in acqua, tra gli insulti e le grida di scherno degli equipaggi delle due barche.

La pesca s’interruppe a mezzogiorno. Era l’ora della colazione. Frugale, come sempre nelle battute al pescespada. Pane e formaggio, pane e pomodori e rigorosamente acqua, conservata nel bummolo di terracotta che la rinfrescava. Il vino, rosso e abbondante, si sarebbe bevuto la sera, a terra, quando la pesca della giornata sarebbe stata ormai un ricordo da illustrare con dovizia di particolari ai commensali…

Il ritorno a terra.

Quando arrivarono a terra il sole non era ancora tramontato. Le ultime luci furono utilizzate per sbarcare le prede dalle feluche e, sulla spiaggia, cominciare a far le parti per l’equipaggio. I pezzi più gustosi e meno commerciabili, perchè solo gli intenditori più esigenti li richiedevano, erano riservati ai pescatori: la scuzzetta, tratta dalla nuca del pesce, ottima se cucinata alla ghiotta, la surra, ricavata dall’addome, e, soprattutto, le piccole parti commestibili della testa, tagliata prima di vendere l’animale, i deliziosi pititti che arricchivano sughi e intingoli. Antonio assistette alla divisione e, al punto in cui erano arrivati, gli sembrò naturale che don Vincenzo gli mettesse sottobraccio un gran fagotto di roba. “Questi sono per lei”, disse. “E’ stato tutta la giornata con noi sulla barca ed è giusto che guadagni qualcosa. Vada a posarli e poi, se vuole onorarci, venga stasera a casa nostra per la mangiata”.

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